di Adriano Trevisan.
Per il mio primo rally abbiamo deciso di prendere il…treno. Ok, sono passati tanti anni e oggi sembrerebbe anacronistico ma quella mia prima volta fu proprio così. Con Vanni Fusaro ci conoscevamo appena e quando mi chiese di correre con lui non ci ho certo pensato due volte. Così da Belluno siamo partiti in treno per raggiungere Cuneo e prendere a noleggio un’auto per le ricognizioni del Rally di San Giacomo. Era una A112(e cosa se nò?) con pochissimi chilometri e potete immaginare come l’abbiamo resa il lunedì mattina dopo la gara. Durante le prove abbiamo avuto l’onore di essere trainati dalla Stratos di Pregliasco che ci ha ‘pescati’ da un piccolo torrente dove eravamo finiti dentro, poi un piccolo frontale con una Fiat 127 con l’anziano guidatore preoccupato più per la prevedibile sgridata della moglie che dai, pochi, danni all’auto. Mentre raggiungiamo l’agenzia di noleggio per la restituzione, ci tamponano e lì per lì ho pensato che quella poteva essere la volta buona che ci mettevano in galera. Ma, all’epoca, non eravamo certamente i soli a ‘maltrattare’ così le auto prese a noleggio. Si parte per le ricognizioni. Vanni mi spiega velocemente quello che deve fare il navigatore e parte a tutta velocità giù per una discesa pazzesca. O è matto o vuole mettermi alla prova, ho pensato. In effetti poi a quella folle velocità, su una scatoletta come la A 112, ci si abitua, o meglio, mi sono abituato allora. Ora non credo proprio ce la farei di nuovo. Non riusciamo a terminare la gara perché, in una P.s. molto lunga, si stacca lo scarico e si infila fra la carrozzeria e la ruota consumandola tutta tant’è che facciamo molti chilometri con il solo mozzo della posteriore destra.
A quella gara però ho avuto il piacere di conoscere Attilio Bettega e la moglie Isabella e sono stato testimone di una grande amicizia fra Vanni e Attilio, basti pensare che per le successive gare ci si dava appuntamento in qualche Autogrill e poi si proseguiva sempre assieme, prove, albergo, ristorante, noleggio auto…etc. Isabella ha una simpatica inflessione dialettale ‘trentina’ e quando cerca Attilio dice: “l’Attilio dov’è, l’Attilio dov’è andato? E così ci adeguiamo e lo chiameremo sempre “LAttilio”. Entrambi piloti velocissimi pur con caratteristiche diverse. Ponderato, ragionatore e più professionale sin da subito Attilio; focoso, irrefrenabile ma con un gran piede Vanni. Tant’è che anche durante le prove Vanni raggiungeva sempre Attilio pur partendo dietro e per questo Attilio ne soffriva un po’ e, mentre poi noi andavamo a zonzo, lui continuava imperterrito a provare. La nostra A 112 era curata da Mauro Nocentini, preparatore alle prime armi all’epoca, ma ‘dopo’ si è visto quanto bravo era e lo è tutt’ora!
San Martino di Castrozza era la gara di casa sia di Vanni che di Attilio. Forse l’ultimo “vero, grande,” quel San Martino di Castrozza del 1977. Siamo partiti sicuri che avremo fatto bene e così è stato. Vanni volava sulla terra dissestata da tutti i passaggi della gara grande e ho faticato parecchio a frenarlo sulla discesa del Passo Manghen quando ha visto la 112 di Attilio fuori strada ripetendo quello che mi diceva durante le prove: ‘eccolo’. E così sull’ultima P.s., proprio alla fine, ci siamo girati e abbiamo passato il C.o. in retromarcia! Grande vittoria, quella a cui tengo di più.
Bettega e Fusaro, Fusaro e Bettega poi…. Il vuoto. O meglio: bravi piloti sì, ma loro due erano veramente una spanna più su.
Sanremo: che atmosfera, che tensione! Qui abbiamo conosciuto tutti, o quasi, i piloti delle case ufficiali. Essere lì assieme a quei ‘mostri’, era un sogno che si stava realizzando. Ho avuto il privilegio di fare un giro con il grande Lele Pinto e la Stratos. Fenomenale!! Partiamo per la gara e, cosa non insolita per ottobre, piove. La salita verso San Romolo è piena di foglie, molto viscida. Gli dico: ‘Vanni, le prime due P.s. sono molto insidiose, ti modifico le note e le chiamo più basse. Lui: no, no, chiamale normali. Mi arrangio io a essere più cauto’. Fatta, ho pensato, a questo non gliene frega niente. Prepariamoci a volare. Nonostante gli ricordassi, praticamente ad ogni rettilineo, di usare moderazione, lui giù(di acceleratore) finché…. non siamo entrati in una curva ricoperta di foglie. Giù, giù, giù… la macchina non si fermava più e il buio certo non ti aiutava a capire dov’eravamo finiti. Arrivano dei meccanici francesi della Renault e dicono: “tu matti, troppo veloce”. Con l’aiuto dei meccanici ci inerpichiamo, letteralmente, fin sulla strada e qui una buon’anima a bordo di una Fiat 600 ci porta fino a San Romolo. Lì troviamo Pinto che sconsolato, anzi piangeva, stava guardando un bulloncino rotto sulla sua Stratos e strani pensieri, di poco spirito sportivo, gli passavano per la testa. Finisce tutto con una bella cena da Dall’Ava, io, Fusaro assieme a Pinto e Bernacchini. E finisce così anche la nostra gara, la più importante della stagione che vedrà trionfare nel Trofeo 112 “LAttilio” Bettega con cinque vittorie e Vanni Fusaro al secondo posto con 4 vittorie. A Bettega poi assegnarono la Stratos, e tutto quello che ne seguì, e a Fusaro il 131 Abarth con cui l’anno successivo vinse la Mitropa Cup. Io però, causa motivi di lavoro, mi fermai a quel 1977.
Mi piace pensare che da qualche parte, lassù, si senta qualcuno chiamare …”e LAttilio dov’è?”